“Noi impariamo:

  • il 10% di ciò che leggiamo;
  • il 20% di ciò che ascoltiamo;
  • il 30% di ciò che vediamo;
  • il 50 % di ciò che insieme ascoltiamo e vediamo;
  • il 70% di ciò che è discusso con altri;
  • l’80% di ciò che sperimentiamo di persona;
  • il 95 % di ciò che insegniamo a qualcun altro.”

E fin qui, ci siamo tutti. Ma se ieri era l’utente ad adattarsi ai metodi ritenuti “ortodossi”, oggi chi apprende è a conoscenza dell’infinità di nuove vie percorribili per raggiungere uno stesso obiettivo (meglio e più in fretta, aggiungerei). Stiamo parlando soprattutto dei giovanissimi, i cosiddetti nativi digitali, quelli nati con il laptop sotto braccio e cresciuti con il tablet in mano. Loro sanno che ci sono app che spuntano come funghi, app che ti insegnano qualsiasi cosa: l’inglese, il russo, la cucina etnica, la danza classica e il pianoforte. Tutto questo, giocando. Sanno anche che, ora più che mai, un docente che parla per ore dietro una cattedra perderà la loro attenzione in un batter d’occhio.

E allora, come fare? Tutto è perduto? Certo che no: bisogna evolversi, riscoprirsi artigiani della formazione, costruire un insegnamento nuovo e interattivo, sfruttare la tecnologia, rispolverare quel “noi impariamo l’80% di ciò che sperimentiamo di persona” e metterlo in pratica. Bisogna adattarsi al pubblico, all’utente che sa esattamente cosa vuole e che, forse per la prima volta nella storia, sa meglio del docente come arrivarci.

 

The Voice of the Active Learner – Education From a Digital Native’s Perspective

Immagine di Petras Gagilas